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“Se non stiamo tutte assieme perderemo”

venerdì 29 giugno 2007, di Monica Lanfranco

E’ finita con l’ammissione del rito abbreviato la prima udienza al processo dei quattro imputati dell’omicidio di Hina Saleem, la ragazza pachistana di 20 anni, uccisa nell’agosto scorso nel Bresciano dopo un consiglio di famiglia che aveva stabilito per lei la pena di morte a causa della sua condotta giudicata troppo libera e occidentale. Il padre e altri tre familiari della ragazza rischiano il massimo della pena, che nei processi puniti con l’ergastolo, anche con il ricorso al rito abbreviato, non può essere inferiore a 30 anni. Dopo l’udienza di oggi la giudice Silvia Milesi ha stabilito il rinvio al 24 ottobre; la sentenza, dati i tempi del giudizio abbreviato, arriverà il 13 novembre.

Fin qui la cronaca di una giornata nella quale le donne dell’Acmid, l’associazione della comunità delle donne marocchine in Italia, si aspettavano qualcosa di più, per esempio l’ammissione di Acmid come parte civile. La giudice ha ammesso invece la costituzione di Giuseppe Tempini, fidanzato di Hina. In piazza, davanti al tribunale di Brescia, donne arrivate con pulmann chiamate dopo un tam tam via internet, qualche uomo marocchino, l’imam di Torino Abdellah Mechnoune, e Daniela Santanchè, che ha fatto da paciera in una gazzarra scatenata da pochi leghisti che alla fine hanno dato la mano all’imam, che ha dichiarato a quanti accusavano in blocco l’islam di essere dietro l’omicidio: "Hina è solo vittima dell’ignoranza di suo padre, una persona chiusa caricata da altri, che ha subito gli insegnamenti di fanatici integralisti. Dobbiamo dire no alla violenza e no all’integralismo islamico; la cultura occidentale è una cultura aperta e democratica ed è la stessa del vero islam. Non esistono infedeli, solo cittadini.”

Il giorno prima, mentre fervevano i preparativi febbrili dei pulmann che da Roma avrebbero portato a Brescia dopo una notte di viaggio decine di attiviste, la voce di Souad Sbai, presidente di Acmid, era piena di energia.
Il telefono non smetteva di suonare, le domande erano concentrate sulla decisione di chiedere la costituzione di parte civile dell’Acmid contro gli assassini di Hina, e sulla polemica relativa alla sovraesposizione mediatica della parlamentare di An Santanchè, che aveva annunciato di essere presente in piazza, davanti al tribunale, molto corteggiata e intervistata sulla vicenda.
“Certo che esiste il rischio di strumentalizzazione politica – rispondeva pacata Sbai -. Ma c’è davvero qualche evento che non rischia di essere strumentalizzato? Lo sappiamo bene, e siamo in grado di distinguerci e di essere autonome. Quello di cui abbiamo bisogno è di non essere lasciate sole perché tutto si dimentica presto, in questo paese come nel resto del mondo, quando si tratta di ingiustizie nei confronti delle donne. E a questo proposito non sono d’accordo quando si dice: ‘Basta con i titoloni sui fatti di cronaca che coinvolgono migranti’. La violenza è trasversale, non si possono fare sconti a nessuno, né censurare per paura di cadere nel razzismo. Bisogna parlare dei soprusi contro le donne, da qualunque parte essi vengano, senza rimozione. E’ una lotta che o si fa insieme, migranti e native, e insieme la vinciamo, oppure la perdiamo tutte”.

Sbai non è nuova a polemizzare, duramente e lucidamente, anche con il movimento delle donne.

Recentemente in una intervista al Corriere, aveva detto: “Sono le donne immigrate a pagare il prezzo più alto delle bugie del multiculturalismo. Sono loro soprattutto a subire le conseguenze di un buonismo ipocrita che fa male, non bene. La sinistra si riempie la bocca di questo multiculturalismo, del rispetto per le altre culture. Sono falsità. L’immigrazione è un problema di tutti, che va affrontato subito. O esplode. Ma questo in Italia accade perché c’è indifferenza anche da parte di molte donne italiane”.

A lei aveva risposto per prima l’Udi, unione donne in Italia. “Con il nostro lavoro nelle città, nelle iniziative politiche e culturali, nelle strade e nelle Istituzioni volevamo, proprio come fai tu con le tue parole severe, svelare, raccontare, denunciare, rendere visibile ciò che è nascosto, soprattutto dire senza mezzi termini che la violenza contro le donne non ha mai nessuna giustificazione culturale. Abbiamo persino coniato un termine, "femminicidio", per indicare le uccisioni di "genere", precedute spesso da anni di costrizioni e maltrattamenti, alimentate da un contesto culturale violento e connivente. Non siamo in silenzio né stiamo pensando ad altro perchè non vogliamo lasciare sole le donne che qui non sono nate e che qui vogliono vivere e lavorare. Come sole non devono restare le donne nate in Italia da genitori stranieri e che qui subiscono soprusi, maltrattamenti in nome di norme che ne limitano la libertà e i movimenti”.

Nel viaggio di ritorno Souad è sempre energica, ma anche triste. “Non mi posso permettere le lacrime - dice. Ma l’aria qui nel pulmann non è serena come all’andata. Non hanno accettato la nostra costituzione di parte civile perché la morte di Hina non è un fatto che ha rilevanza sociale, mentre è stata accettata la richiesta di costituzione del fidanzato, a cui è stata riconosciuta anche l’invalidità psichica del 40% a causa della morte di Hina. Io rispetto e rispetterò sempre la legge italiana, ma mi domando perché un gruppo di donne come il nostro non possa sentirsi mutilato e offeso così come ha diritto di sentirsi chi ha amato Hina. Ho vissuto da minorata e umiliata come donna nel mio paese prima della legge sul diritto di famiglia, e ora rischio di sentirmi allo stesso modo qui in Italia. Come è possibile?”.
Un altro punto dolente è, per Sbai, l’assenza delle donne italiane. “Noi straniere, davanti al tribunale ci siamo andate. Rischiamo molto, esponendoci con il nostro viso, perché i fanatici sono capaci di tutto. Ma siamo tutte in pericolo, italiane e non; temo ci si stia abituando alla violenza. Sono grata a quante sono venute e a quelle che ci hanno appoggiato, anche da lontano; avrei voluto avere accanto anche la Ministra per le pari opportunità, che però non c’era. Mi ha fatto paura vedere gli imputati sereni e sorridenti, come se quello che hanno fatto non li toccasse. Ora cosa vorrei? Che le nostre ragazze non smettessero di vestire i jeans, come ha fatto Hina, che non mollassero davanti al fanatismo religioso e all’oppressione, che si sentissero appoggiate dalla nostra solitaria lotta. Noi non torniamo indietro”.

P.S.

(Liberazione, 29 giugno 2007)