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Perdita

giovedì 18 ottobre 2007, di Monica Lanfranco

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Perdita, parola chiave attraverso la quale leggere la debolezza che mi pare venga manifestata oggi da pezzi collettivi di società e da singole persone nell’affrontare l’emergenza dell’assalto al corpo delle donne, la violenza familiare, la pervasiva commercializzazione delle relazioni umane, la relativizzazione delle analisi e della politica, che si traduce, nella realtà recente, in sentenze etniche giustificatorie della barbarie patriarcale (se sei sardo e stupri una donna hai un’attenuante perché la tua tradizione vede la donna come proprietà del maschio) e nello stesso tempo nella benedizione da parte di pezzi di femminismo e di sinistra di uno dei simboli religiosi e tradizionali più violento: il burka. Perdita, non come l’opposto a vincita, ma come contrario di conservare, custodire, acquisire, accedere. Pare che, mentre il patrimonio di saperi, diritti tradotti in leggi e crescita collettiva costruiti grazie al femminismo del ‘900 è arrivato, almeno in parte e seppure in modo superficiale, alla generazione che oggi ha superato i quarant’anni, improvvisamente ora stia rischiando una drammatica interruzione di trasmissione. Rottura di comunicazione espressa con la rinuncia a offrire l’eredità collettiva politica costruita in cinquanta anni di movimenti per l’emancipazione, la liberazione e l’affermazione della fertilità della differenza sessuale, e la paura di entrare in conflitto con le giovani generazioni, specie con le donne e gli uomini migranti. Perdita, non consegna di un guadagno collettivo sul quale lavorare insieme, per aggiornarlo, farlo lievitare ancora e ancora, attraverso inclusione, aperture, rompendo barriere e muri. Questa interruzione è motivata da stanchezza, fatica, disillusione, rifiuto e riflusso (dalla politica tradizionale e da quelle presuntamene alternativa) o magari, per alcune, dall’agio finalmente acquisito? Queste, forse, e molte altre sono le motivazioni che possono avere contribuito alla cesura generazionale che oggi ci mettono di fronte all’assuefazione acritica del fenomeno delle veline, o di quello speculare delle velate, senza gli scandali o i rumori di un tempo. Ma mentre la sinistra, e pezzi (quelli che restano) di femminismi riescono forse ancora a dire qualcosa sulla mercificazione dei corpi, quella della società televisiva e quella del violento e schiavista mercato dei migranti, (che per le donne in particolare significa la doppia segregazione del lavoro di cura delle nostre famiglie, e la tratta di carne da letto sulle strade per i maschi dominanti), poco, e male, si riesce a dire sulla guerra che si sta combattendo sul corpo femminile, che vede la vigorosa connessione tra patriarcato e credo religiosi integralisti, e in particolare sulla ‘libertà’ delle musulmane di scomparire, nelle strade italiane, dietro la discreta prigione del velo, fino alla cancellazione fisica e politica del burka. Mi domando quanto poco importanti e autorevoli siano considerati i frutti delle lotte per i diritti e la cittadinanza sessuata dalle stesse donne che li hanno conquistati, per sé stesse e per le altre (spesso anche per gli uomini), se di fronte alla violenza del razzismo, per paura di esservi assimilate, arretrano nel considerare alcuni diritti come universali e inviolabili. La destra preme l’acceleratore sul sentimento (fondato) di paura che inquina la società, additando come unici responsabili della crescente violenza i migranti, e invoca misure speciali? E allora, per paura di cadere nella trappola del razzismo, ci si pone a testuggine difendendo per reazione qualunque barbarie provenga dal mondo migrante, accreditando comunque le voci più integraliste, perché giudicate più radicali e antisistema (forse per un atavico senso di colpa dovuto all’essere nate nella parte fortunata e ricca del pianeta, macchiatasi delle forme più odiose di colonialismo e imperialismo)?. Per fare un esempio recente, prima della sentenza giudicata da alcune ‘intelligente’ sulla libertà di indossare il burka, alcune posizioni sono slittate nel relativismo più odioso giustificando la ‘puntura simbolica’ da praticare in Italia negli ambulatori al posto della infibulazione. Ma non è lo stesso ragionamento relativista che ha mosso il giudice tedesco nel caso del violentatore sardo, che invece tutto il mondo politico ha stigmatizzato? Secondo questo modello multiculturale , lo stesso che sta guardando di buon occhio in Europa e in Canada la possibilità di doppio binario legislativo per le comunità musulmane (la sharia accreditata accanto alla legge secolare) perché i rappresentanti delle comunità cinese in Italia non dovrebbe chiedere che sia applicata la pena di morte, per reati che li coinvolgano, visto che in Cina questa pena esiste? Quando abbiamo smesso di pensare? chiede Irshad Manji ai musulmani mentre invita la sua gente ad assumersi la responsabilità del terrorismo, prima ancora che giudicare l’infedele, lei lesbica femminista credente nell’Islam. Quando abbiamo smesso di pensare, noi femministe occidentali, quando per non affrontare il presente di guerra di civiltà che ci viene imposto e che si gioca anche e soprattutto a partire dalla colonizzazione dei corpi femminili da parte delle religioni, in particolare quelle monoteiste, affermiamo che la burka è una scelta di libertà da difendere? Non era e non è, il pensiero critico femminista, uno strumento con il quale destrutturare e smantellare le connessioni che legano il patriarcato e le religioni, per liberare donne e uomini dalla schiavitù degli stereotipi e del destino legato ai ruoli sessuali, al possesso e al potere di un genere sull’altro? Dove è finita la forza del pensiero critico, che arretra e balbetta di fronte alla religione e alle tradizioni delle ‘vittime’? Attenzione: ci invitano le sorelle di cultura musulmana del Women living under muslim laws. L’introduzione di concessioni legali alla burka e i suoi derivati è ciò che i gruppi fondamentalisti presenti nelle comunità occidentali stanno cercando di ottenere. Come già sta accadendo in Canada e in Inghilterra la strategia dei gruppi fondamentalisti è quella di accreditare, supportati dal dilagare del passpartout del multiculturalismo, il doppio binario della legge occidentale e della sharia, da applicare nel caso di dispute dentro l’enclave musulmana. Quello che abbiamo di fronte, se non si argina la visione multiculturale, e non si comincia a affrontare il vuoto di relazione tra migranti e native, trovando alleanze soprattutto con le donne (e gli uomini al loro fianco) che stanno lottando per la secolarizzazione e per la loro liberazione, è un solo plumbeo orizzonte: l’avallo della logica della legittimazione dell’enclave separata (ogni comunità si faccia i suoi affari, che tradotto nel nostro caso significa che gli uomini di quelle comunità decidano come e se far partecipare le proprie donne alla vita sociale, o respingerle nello spazio privato delle mura domestiche, senza cittadinanza e diritti sociali collettivi) e la rottura della possibilità di un terreno comune di laicità condivisa nella quale la libertà delle donne sia l’indicatore principale della civiltà, una civiltà dove i corpi sono liberi e non ingabbiati dalla parola del padreterno, (comunque si chiami), che in molti luoghi della terra è ancora oggi legge dello stato. Condannare le donne alla libertà del burka è un ossimoro oltraggioso per chi ha lottato per la felicità politica e individuale delle donne, tutte le donne. E’ una perdita di senso e di orizzonte della politica che non ci possiamo permettere, né noi occidentali, né le donne e gli uomini migranti, né le generazioni di donne e uomini che stiamo allevando.