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Famiglie diaboliche - Chi decide come deve essere una famiglia?

Una inchiesta

lunedì 21 maggio 2007, di Monica Lanfranco

Albana e Giuseppe

“La Chiesa interferisce - come non succede in nessuno degli stati occidentali - direttamente nelle scelte politiche della nostra repubblica, perché non accetta quello che per lo stato liberale e democratico è invece il fondamento indiscutibile: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" (art. 3 della Costituzione). E’ chiaro che lo stato non impone, né privilegia particolari scelte morali. Secondo la Chiesa romana, invece, i cittadini non dovrebbero essere trattati egualmente, ma in relazione alla loro adesione ai principi religiosi cattolici”. Sono parole forti, e se a pronunciarle è un uomo di chiesa lo sono ancora di più. A pronunciarle è Giuseppe Serrone parroco dall’aprile del 1991 fino all’ottobre 2001 a Chia, provincia di Viterbo, una piccola frazione di Soriano nel Cimino. Oggi Giuseppe è disoccupato, dopo la denuncia al Giudice del Lavoro contro la diocesi di Civitacastellana per il riconoscimento del lavoro dei parroci come lavoro subordinato; la diocesi e la parrocchia di Chia lo hanno denunciato e richiesto al giudice la convalida di sfratto(la prossima udienza è per il 2007) dalla canonica dove vive con Albana Ruci, sua moglie dal 2002. Fondatore e animatore dell’associazione di sacerdoti lavoratori sposati, il cui sito è http://nuovisacerdoti.altervista.org Giuseppe ha conosciuto Albana quando lei approdò in Italia con un gruppo di altri albanesi fuggiti dal paese dopo i fatti del 1997. Allora parroco Giuseppe, in collaborazione con il Comune, si occupa per un anno dell’accoglienza di 100 profughi albanesi presso un centro a Soriano, promuovendone l’integrazione con gli abitanti della zona: nel campo si svolgono attività di catechesi, corsi di lingua, attività sportive. Ogni domenica un gruppo di ospiti partecipa alla Messa a Chia con letture in lingua albanese. Per queste attività Giuseppe è accusato di essere “di sinistra”: il Vescovo Zadi interviene, lo ammonisce e lo invita a fare solo il prete. Quando Giuseppe invita a dormire Albana e sua madre in canonica, e si sposta dai locali per non dare adito a chiacchiere scoppia la bomba. Un gruppetto di persone lancia una campagna diffamatoria nei suoi confronti, che improvvisamente dopo 10 anni di lavoro viene tacciato di comportamenti ‘non conformi al ministero’. Il vescovo gli suggerisce un anno sabbatico, ma Giuseppe non accetta. Decide di aiutare Albana ad ottenere il permesso di soggiorno per l’Italia, e di accompagnarla in Albania. I giornali parlano di fuga, ma di certo questo coraggioso uomo di chiesa non fugge dalla sua personale e salda visione della fede.

Se gli si domanda cosa è per lui la famiglia risponde:”Mi piace pensare alla famiglia come una comunità di amore e di vita, partendo dalla ‘realtà’ e prospettandola protesa verso ‘il mistero’”.

Giuseppe Serrone ha un’opinione netta sul celibato:”Il celibato ecclesiastico imposto ai preti della Chiesa Cattolica si sta rivelando uno strumento non più al passo coi tempi e fonte di gravi sofferenze e turbamenti all’interno delle comunità ecclesiali. Oltre a provocare un numero di abbandoni abbastanza consistenti ogni anno, è fonte di ipocrisie da tutti conosciute e tollerate quali la doppia vita che moltissimi sacerdoti sono costretti a vivere pur di continuare a svolgere il ministero a cui sono stati chiamati da Dio e dalla Chiesa. Che si tratti di una legge ecclesiastica, e quindi sicuramente modificabile, è dimostrato dall’esistenza nella stessa Chiesa Cattolica di normative diverse per gli appartenenti alle chiese di rito orientale, dove i preti hanno la possibilità di contrarre matrimonio”.

Sull’amore e sui suoi sentimenti verso Albana dice: “Sono sicuro di aver fatto una cosa giusta davanti a Dio. La Parola di Dio, fin dalla Genesi ci dice ‘non è bene che l’essere umano sia solo’. Mi sento con il cuore triste perché la chiesa Cattolica Romana esclude l’amore che la Parola di Dio nel Cantico dei Cantici chiama ‘la fiamma di Dio’. Questo retaggio di repressione romana enfatizzato dal genio di Sant’Agostino ha coinvolto anche altri cristiani ed altre religioni. Se guardiamo i Vangeli Gesù non ha mai parlato male una sola volta di una donna. Il nostro cuore sanguina a pensare a tutti i disastri prodotti negli uomini da una teologia repressiva e non biblica. Il prete non deve essere un luogotenente di una posizione (la parrocchia) che fa parte di un mandamento (la diocesi) che a sua volta è porzione di un grande complesso governato da Roma. Se dal punto di vista storico (ed anche organizzativo) tutto questo ha avuto ed ha ancora un significato, occorre guardare avanti e pensare al sacerdote come uomo (o donna) che sia punto di riferimento di una comunità che ha come centro il Cristo ed il suo messaggio. Il sacerdozio ministeriale si configurerà come un fratello che Dio ha chiamato ad aiutare altri fratelli a vivere il vangelo ogni giorno. Con la propria famiglia o no. Operaio o impiegato. A tempo pieno o a tempo parziale. Questo modo di vedere il sacerdozio rivoluzioni anche il modo di porre il messaggio cristiano. Si torna alla chiesa delle origini ed al "pusillus grex" che è stato lievito che ha sconvolto la pasta corrotta dell’impero, sale che ha dato sapore ad una società stanca e viziata, luce sul candelabro che ha illuminato un mondo dominato dalla fede nel potere delle armi e della politica”.

Source: http://www.monicalanfranco.it