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Femministe, dove siete?

domenica 20 maggio 2007, di Monica Lanfranco

Femministe occidentali, dove siete quando si parla di fondamentalismi? Pochi giorni prima del Forum di Porto Alegre è arrivato un documento/appello dirompente, al quale non si può non prestare ascolto, che in sostanza lancia questa domanda a noi tutte: si tratta dell’appello contro i fondamentalismi stilato dal gruppo Donne Soggette alle Leggi Islamiche (WLUML in inglese), del quale avrei voluto dar conto su Liberazione trattandone con un articolo a sé. Nel documento si legge: “Cosa succede? Il fondamentalismo islamico ha aperto un nuovo fronte in Europa e nel Nord America. Ci sono numerosi segnali di allarme, come la richiesta di leggi separate presumibilmente basate sulla religione soprattutto per risolvere questioni familiari all’interno delle ‘Comunità islamiche’. La nostra esperienza nei nostri paesi dimostra che queste risulteranno profondamente discriminatorie e anti-donna. Eppure coloro che propongono il fondamentalismo cercano sostegno tra le forze progressiste, nel nome di quegli stessi valori che anche noi difendiamo: uguaglianza, antifascismo, libertà di pensiero, libertà di espressione. Le organizzazioni per i Diritti Umani, la Sinistra e in generale le forze progressiste, e ora persino le femministe sono sollecitate a sostenere l’ordine del giorno fondamentalista.

Disturbate dalla discriminazione e dall’esclusione che hanno più spesso colpito le popolazioni migranti in Europa e in Nord America, le forze progressiste dell’occidente sono interessate a denunciare il razzismo, ed è giusto così. Ma di conseguenza, esse spesso scelgono di sacrificare sull’altare dell’antirazzismo, alla dittatura teocratica fondamentalista sia le donne che le nostre forze interne democratiche di opposizione progressista. Oppure censurano le loro espressioni di solidarietà con noi per paura di essere accusati di razzismo. Deragliate dalle invasioni neo colonialiste e dalle guerre, le forze progressiste sono preparate a sostenere ogni opposizione alle super potenze. Abbiamo già testimonianze di illustri intellettuali e attivisti di Sinistra che condividono pubblicamente il parere che non importerebbe loro niente se i regimi fondamentalisti teocratici salissero al potere in Palestina o in Iraq, a condizione che gli USA e Israele fossero messi fuori gioco. Abbiamo testimonianze di rappresentanti di organizzazioni fondamentaliste e loro ideologi invitati e acclamati ai Social Forum. Abbiamo testimonianze di importanti femministe che difendono il ‘diritto al velo’- e questo ci ricorda con tristezza la difesa del ‘diritto culturale’ alla mutilazione genitale femminile di alcuni decenni fa. A coloro che tentano di giustificare la loro confusione politica dicendo che il fondamentalismo è un movimento popolare, ricordiamo che Hitler fu eletto dal popolo - -cioè con mezzi democratici –ma certamente non per il meglio della democrazia. Osiamo dissentire. Dissentiamo come donne, vale a dire come le vittime più visibili delle politiche, e dissentiamo come movimento popolare progressista, democratico e anti-teocratico. Ad una situazione di esclusione o di oppressione, possono esserci numerosi tipi di risposte: sia da Sinistra, che da Destra e da estrema Destra. Possono esserci risposte che aprono all’universalismo, all’umanità, alla democrazia, ai diritti fondamentali per tutti; o risposte serrate e contorte su particolarismi, etnicità e differenze. Se è vero che le nostre diversità devono essere riconosciute e l’omogeneità non imposta, non dovremmo mai dimenticare che la "differenza" è stata anche usata e abusata da ogni sorta di forza di estrema Destra., dal nazismo all’apartheid, alla schiavitù nel sud degli Stati Uniti, al fondamentalismo islamico, e alle ideologie contro le donne! – solo per fare degli esempi…dovremmo camminare su una linea sottile senza cadere nella trappola che i fondamentalismi stanno aprendo sotto i nostri piedi”. Fin qui l’appello.

Mi sono resa conto che era proprio da quell’appello che mi veniva voglia di prendere parola sul dibattito, benemerito e del quale davvero ringrazio il giornale, iniziato da qualche settimana sulle sorti dei femminismi. Un dibattito che non mi infiammava, pur essendo un tema fondante nella mia vita. Per giorni ho scavato per capire cosa non mi coinvolgeva, il perché del non riuscire a condividere con le altre voci autorevoli, molte delle quali amiche, che lo animavano. Sono arrivata a comprendere, dopo la lettura del documento che mi ha tolto un peso dal cuore, letteralmente, che era la domanda dalla quale molte partivano che mi suonava estranea: per me l’interrogativo urgente non è, infatti, dove stiamo andando, ma perché non stiamo parlando di una cosa gigantesca, che ci riguarda tutte, che rappresenta la vera emergenza planetaria per il nostro genere oggi: quella della ripresa di vigore mortale dei fondamentalismi. Tutti, da quello nordamericano che fa dire all’unto da Dio presidente degli Usa di avere il compito di difendere la democrazia e quello islamico che invita ad una speculare guerra contro gli infedeli e prescrive la lapidazione delle donne in piazza. Eppure è proprio su quest’ultimo fondamentalismo che il silenzio è pesante.

Ben prima dell’11 settembre, forse era il 1999, ero tornata molto turbata da un incontro femminista voluto dal Forum di Rifondazione, nel quale era stato impossibile discutere serenamente sulla questione del velo islamico e del ruolo delle donne nell’Islam. Avevo preso la parola in un gruppo di lavoro sulle migranti: ”Quando vedo per strada le donne velate, anche se fa molto caldo e noi siamo sbracciate e comode, quando camminano con i bambini e la spesa a tre passi indietro ai mariti, (loro sì in abiti occidentali) provo rabbia, - avevo detto. Perché non possiamo cominciare a parlarne con le donne immigrate, che spesso obbligano anche le bambine allo stesso comportamento”?
Ero stata attaccata con forza da molte donne italiane: il mio ragionamento, dicevano, non teneva conto della diversità culturale, il mio atteggiamento era frutto di una mentalità colonialista e imperialista; come potevo criticare le musulmane, se noi disseminavamo le strade e le trasmissioni tv con immagini di donne seminude? Non offendevano, queste nudità esposte e mercificate, la dignità della donna, molto più che il velo? Passano gli anni. Dopo il G8,le due torri, la guerra e tutto il resto del corredo di orrori quotidiani che il nuovo millennio ci sta consegnando, pochi mesi fa, ad un analogo appuntamento di donne, altrettanto carica di tensione è stata una discussione sull’attualissimo tema della legge francese. Mentre cercavo di esprimere la mia titubanza sulla totale negatività delle legge, e cercavo di evidenziare la differenza tra il simbolo e l’abito, che solo nel caso delle donne ha un inequivocabile valore simbolico di sottomissione non già solo a Dio ma alla legge patriarcale, facevo anche riferimento ad alcune interviste a esponenti dei movimenti delle donne del mondo arabo, soprattutto iraniane, che salutavano la legge come un esperimento utile (con molte riserve, non come la panacea di tutti i mali, certo, ma forse uno strumento utile da verificare, visto che tra l’altro la legge tra due anni verrà rivista). Di nuovo è scattato l’anatema: come posso tollerare che lo stato imponga come si devono vestire le donne? Uno stato che si dice laico e agisce in questo modo diventa confessionale e integralista in modo speculare all’integralismo che pretende di combattere, sostenevano. Avrei potuto ribattere con molte argomentazioni: per esempio che nemmeno una religione può imporre il modo di abbigliarsi, o di comportarsi in generale, cosa che invece è accaduta e accade eccome, ieri nella religione cattolica come oggi nel fondamentalismo islamico, ma non saremmo andate lontane.
Perché, al di là della legge francese e della ‘complicazione’ legata all’ingombro generato dalla presenza dello stato, era così difficile dire che l’obbligo di coprirsi, dal blando velo fino alla burka che tutto il corpo cancella , è inaccettabile per donne che si dicono femministe e di sinistra?

La violenza del patriarcato è denunciabile solo se sta in casa tua, nella tua cultura, e non vale per l’intero genere femminile, ovunque ci si trovi? Il multiculturalismo autorizza che, poco più in là, non valgano per le altre i diritti di scelta che hai conquistato sul tuo territorio sociale e culturale? Il rispetto per le differenze è incondizionato sempre e comunque, tanto da imporre l’assenza di critica? I diritti umani sono relativi, a seconda delle tradizioni locali, siano esse tribali, derivanti da leggi, o dalle parole della fede tramandata? Siccome siamo contro la guerra, e oggi la guerra viene presentata da più parti nel mondo dalle forze reazionarie come necessaria per non soccombere all’integralismo musulmano non possiamo criticare l’Islam integralista e la segregazione e discriminazione che le donne soffrono in molti paesi nei quali l’unica legge è quella religiosa, noi che abbiamo raccolto i frutti di chi ha separato la fede dalla legge laica? Dire che nella seconda Intifada le donne hanno peggiorato la loro condizione, mentre prima erano tra le più libere ed emancipate del mondo arabo, ci allontana dalla denuncia della violenza dell’esercito di Sharon e diminuisce il nostro appoggio alla causa palestinese? Si può essere senza se e senza ma contro la guerra e sospendere il giudizio sulla libertà di scelta delle donne, cavarsela con una alzata di spalle di fronte alla burqa , alle mutilazioni sessuali con la scusa del rispetto delle differenze o con l’urgenza maggiore di altri problemi, glissare o minimizzare sul significato sessuofobico dei precetti relativi all’occultamento, in parte o in toto, del corpo delle donne nell’integralismo? Molte di coloro che oggi sono fermamente e senza appello contrarie alle legge francese, o sono possibiliste circa la ‘puntura simbolica’ al clitoride (ricordate il dibattito sulla proposta del ginecologo in Toscana?), o, ancora, sostengono che non è il velo comunque il problema prioritario ieri erano strenue oppositrici alla presenza del crocifisso nelle scuole pubbliche italiane, avversarie dell’insegnamento della sola religione cattolica negli istituti scolastici pubblici, denunciavano (e denunciano) tra gli attori più attivi e perniciosi sulla scena italiana le gerarchie ecclesiastiche vaticane circa la pessima legge sulla fecondazione assistita, anticamera della messa in discussione del diritto d’abortire con grande fatica conquistato in molta parte dell’Occidente dalle donne.

L’impressione è che il monito di una decina di anni fa lanciato dalla studiosa Moller Okin, che si domandava se e fino a che punto il multiculturalismo favorisse la causa dell’autodeterminazione femminile sia stato inascoltato, così come dagli stessi movimenti per l’alternativa globale e la costruzione di un mondo diverso sembra sottovalutato l’appello del movimentista Nobel indiano Amartya Sen, che afferma: ”E’ particolarmente importante non confondersi nel ritenere il tradizionalismo, senza esaminarlo, come parte dell’esercizio della libertà culturale. E’ necessario chiedersi se i perdenti nella società, in questo caso le donne le cui vite possono essere influenzate negativamente da questo genere di pratiche, hanno avuto la possibilità di prendere in considerazione delle alternative, e hanno la libertà di sapere in che modo vivono le persone nel resto del mondo”. Ovvero prima le persone siano libere, poi analizziamo e discutiamo la diversità culturale e le tradizioni. Negli anni ’80 la Lega per i diritti dei popoli, in un convegno a Firenze voluto dalle donne dell’associazione, aveva pionieristicamente affermato che ‘il fiume della tradizione ci bagna e feconda, ma porta con sé anche i detriti”. Parole poetiche, e profetiche di quando ora stiamo vivendo. Dirompenti e provvidenziali, arrivano proprio in queste settimane due testi di autrici che dicono forte e chiaro che si può, e si deve, obiettare al fondamentalismo: Giù i veli di Djavann C. e Quando abbiamo smesso di pensare? di Irsad Manji sono due potentissimi strumenti di critica e anche un monito a chi pensa che si possa sorvolare di fronte al problema.

A me pare che oggi i femminismi abbiano un compito enorme: quello di costituire, come decenni fa nella sinistra, oggi nei movimenti per il cambiamento, un argine critico contro questa nuova malattia mortale che mortifica la possibilità di coesistenza pacifica tra le genti, e i generi, il fondamentalismo. Dicono le donne del WLUML:” Noi ci appelliamo in generale al movimento democratico, al movimento anti-globalizzazione riunito a Porto Alegre, e in particolare ai movimenti delle donne, per dare visibilità internazionale e riconoscimento alle forze democratiche progressiste e ai movimenti interni ad esse di donne che si oppongono al progetto teocratico fondamentalista. Chiediamo a tutti di smettere di sostenere il fondamentalismo come se fosse una legittima risposta a situazioni di oppressione”. Compagne e amiche femministe, ascoltiamole.