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La modestia non è più una virtù

domenica 20 maggio 2007, di Monica Lanfranco

Non conosco Khalid Chaouki, scrittore e membro della Consulta Islamica (così è presentato su Io donna), dove ha pubblicato, nella rubrica Lettere al direttore un articolo intitolato Con o senza velo, ma parliamoci a viso scoperto: quello che scrive è importante, e ne vorrei dar conto qui, da donna occidentale e da femminista. Khalid dice che sua moglie porta il velo, il fazzoletto hijab, quello che copre solo i capelli, e che né il padre né lui stesso hanno mai fatto pressione su di lei affinché lo mettesse. Poi continua: “E’ un segno di modestia, esprime una ricerca di valori che ci accomuna e che ci ha fatto incontrare. Se la ricerca è libera credo sia del tutto compatibile con la nostra società: io sono cittadino italiano di fede islamica e ringrazio il nostro presidente del Consiglio per la distinzione che ha fatto tra velo e niqab. Ha ragione Prodi: coprire i capelli è questione di scelta personale, ma nascondere il volto va contro le leggi italiane e umilia la natura umana che vuole che ci si incontri guardandosi negli occhi e mostrando la faccia. L’hijab è diffuso in tutto il mondo musulmano, il niqab è la bandiera di una fazione estremamente minoritaria dell’Islam: sta sparendo in Marocco, suscita durissime polemiche in Egitto, è vietato in Tunisia. Perché è così diffuso a Londra, ad Amsterdam o di fronte alla moschea di viale Jenner a Milano? Credo sia un segno di debolezza. Ci si copre la faccia per evitare il confronto. Anche perché se l’obiettivo del velo è proteggere l’intimità della donna, l’effetto della ‘copertura integrale’ è esattamente l’opposto: un niqab a Piccadilly Circus è come una minigonna nella Kabul dei talebani. Che se ne discuta, quindi. Mi colpisce che da noi il dibattito su questi temi sia molto meno vivace che in tanti paesi musulmani: una studiosa egiziana ha dichiarato in tv che nascondere il volto ‘fa schifo’, una femminista turca ha addirittura avanzato l’ipotesi che in origine si coprissero così solo le prostitute. Perché in occidente ha sempre la meglio l’autocensura dei benpensanti? Parliamone con libertà e rispetto, ma parliamone. Altrimenti le uniche voci in campo saranno quelle del razzismo leghista e dell’estremismo islamista”.
Fin qui l’articolo di Khalid Chaouki, che ha l’enorme pregio di toccare con chiarezza alcuni argomenti e punti dolenti su questo tema così centrale per la nostra società e per il futuro della convivenza civile. Ultimamente la ribalta mediatica in Italia ha usato molto il velo per fare clamore, audience e scandalo, ma quello che mi sembra sia mancato è il punto per me più importante: il velo, o comunque qualunque segno di copertura del corpo femminile, è sintomo trasparente della visione del rapporto tra i due generi; di più, nei paesi dove non esiste separazione tra legge umana e parola divina, dichiara l’esistenza di una perfetta saldatura tra il pensiero patriarcale, tradizionale, e quello religioso che è politico, con pesantissimi risvolti sul godimento di pari diritti e pari opportunità tra donne e uomini. Non rivela, quindi, come ovvio solo una scelta personale, perché non esiste il concetto di scelta se l’appartenenza ad un sesso ti reclude automaticamente in un ruolo. Circa questo aspetto il passaggio sulla ‘modestia’, citata da Chaouki, è prezioso, perché segnala che se eventualmente qualcuna credeva di essere al sicuro dalla forca caudina della ‘natura femminile’, che alternativamente ci vuole madonne velate in chiesa e puttane in tv si sbagliava di grosso. In questo oriente e occidente sono ugualmente nemici dell’autodeterminazione: non è casuale che ogni volta che si prova a far passare dichiarazioni e leggi a favore della scelta finale delle donne su questioni come aborto, inviolabilità del corpo e violenza gli oppositori granitici siano sempre i rappresentanti religiosi, di tutte le religioni. Con una aggravante, però, rispetto all’Islam, che non è solo quella alla quale accennavo (l’essere il Corano anche una legge statale): l’aspetto più inquietante, come ha anche sottolineato Khaled Fuad Allam, è che in Europa non c’è una cultura forte e autorevole nelle comunità di fede musulmana che discuta e diffonda, specialmente tra i giovani, un pensiero aperto verso la modernità, il cui tratto principale è caratterizzato dalla libertà e dall’uguaglianza di diritti tra i sessi. Il risultato di questa latitanza di orizzonte formativo e politico è che una giovane donna velata, che pure ha avuto dal padre (presente in studio) il permesso di esporsi in tv a Porta a Porta, per fare da contraltare ‘modesto’ ad una coetanea marocchina che aveva partecipato a Miss Italia, ha testualmente dichiarato, alla domanda:’Se favorevole o contraria alla lapidazione di una adultera’? “ Non rispondo, perché bisogna vedere il contesto”.

Ha ragione Chaouki: c’è paura nell’esporsi, da parte di quante ostentano il velo, sia per modestia (che in molte parti del mondo islamico è virtù senza la quale si è condannate a morte) sia per rifiuto dell’occidente, spesso solo ideologico e avversario delle conquiste dei movimenti delle donne e automatismo identitario. Ma se posso azzardare una provocazione a me pare che la paura non sia (solo) delle donne, ma che ci siano gli uomini dietro al velo. La loro paura, che noi occidentali abbiamo già sperimentato da parte dei nostri uomini, padri, fratelli, amanti, fidanzati, mariti e persino figli, di perdere il loro potere secolare sui corpi e le menti delle femmine della loro specie. E’ rassicurante, in un mondo sempre più feroce e instabile, sapere che almeno c’è chi si può forgiare, modellare e controllare: la propria moglie, figlia, sorella, madre. Mi sembra che gli uomini che brandiscono religione e abiti muliebri come bandiere politiche contro i diritti, che si ostinano a riproporre come un mantra la naturale divisione tra femminile terra/utero/pace/debolezza e maschile logos/seme/guerra/forza siano un pericolo fortissimo per l’estensione delle libertà di tutti gli esseri umani. Ringrazio di cuore Khalid Chaouki del suo coraggio e della sua chiarezza, e così come lo chiedo ai nativi maschi italiani (alcuni dei quali hanno di recente preso parola pubblicamente contro il persistere della violenza patriarcale in Italia) estendo l’invito anche ai nuovi cittadini maschi di altre religioni e fedi: quando anche nelle vostre fila comincerà una pubblica riflessione che parta da voi sull’oppressione patriarcale nelle vostre comunità?